Archivio

Archivio Giugno 2005

Senza titolo – Capitolo dieci

28 Giugno 2005 16 commenti

La tomba consisteva in una buca nel terreno ed una lapide bianca piuttosto scarna. Niente a che vedere con le grandi case per i morti in marmo dei ricchi defunti. La sistemazione la pagava il comune e non ci si poteva certo lamentare. Almeno sulla lapide di mia madre, a differenza di molte di quelle che le facevano compagnia, c’era scritto il nome. Una tomba da poveri in mezzo ad altri più poveri di cui nessuno sapeva nennemo il nome. Neanche davanti alla morte siamo tutti uguali.
Nella terra si sta meglio. Si torna ad esser parte del mondo. Lentamente restituiamo alla natura quel che ci ha dato. Siamo utile nutrimento, noi poveri. Mentre i ricchi nemmeno da morti voglio sporcarsi le vesti.
Diluviava di nuovo quella notte. Me ne stavo in ginocchio sulla terra smossa sotto cui era nascosta mia madre. Parlavo a bassa voce per non disturbare gli altri morti. Singhiozzavo e lasciavo che le lacrime si confondessero con la pioggia e la terra. Stringevo le mani nel fango lasciando i segni di un animale rabbioso e disperato. Smisi di piangere e continuai a parlarle. Sapevo bene che mi ascoltava. Vedevo il suo bellissimo viso nel buio. Sentivo le sue braccia attorno al mio corpo infreddolito. Sentivo il profumo della sua pelle. Sapevo che era lì con me. Che sarebbe rimasta in me, per sempre. E le feci le mia promessa.
Tornai a casa prima dell’alba sporco di fango e bagnato. Non smise di piovere per tutto il giorno ed io, dopo una doccia, mi buttai a letto per dormire un pò.
I giorni che seguirono li passai in casa di Nonno Joe. Non potevo ancora uscire per via del continuo ronzio della polizia nei paraggi e per colpa della ferita che si era riaperta. Cosi mi dedicai alla musica. Imparai a leggere gli spartiti. Imparai il ritmo. L’armonia. Imparai a tenere la tromba in mano ed a farla suonare. La notte uscivo ed andavo al cimitero a trovare da mia madre. Rimanevo lì per tutta la notte, appoggiato alla lapide a parlarle.
Trascosse il tempo. La vita tornò a scorrere con esso. Tranquillamente. Smise di piovere. Passò l’autunno e l’inverno. Tornarono i colori ed i profumi. Tornarono i sorrisi ed il caldo del sole. Sulla tomba di mia madre crebbero delle margherite piccole e bianche. Ed io iniziai a suonare nel bar-teatro.

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Stupidità latente non lucida..

27 Giugno 2005 3 commenti

-Hey, dove vai? Esci?

-Porto fuori la spazzatura

-Ah! Alla fine ti sei deciso!

-Si, ma una serata tranquilla.
Cinema e pizza. Poi l’accompagno a casa.

Categorie:Senza categoria Tag: , ,

Senza titolo – Capitolo nove

22 Giugno 2005 18 commenti

Fu Mikey, il padrone del bar-teatro dove mia madre lavorava, ad andare a prendere il corpo all’obitorio. Nè io, nè Smoking Joe potevamo avvicinarci ai tutori dell’ordine e della sicurezza, cosi toccò a lui occuparsi di tutto.
Io rimasi chiuso nella stanza al buio a fumare e bere. Mi esercitavo con il pezzo di tromba e l’armonica. Stavo senza dormire e senza mangiare da non so quanto tempo. Sul viso si vedeva la prima barba adolescenziale sporcare la pelle sporca. Le labbra dolevano. Non sapevo dove fosse Nonno Joe. Non m’importava granchè. Nulla importava più. Nulla.
Entrarono senza bussare. Aprirono la porta senza troppa delicatezza. Mi trovarono seduto sotto la finestra, con la schiena appoggiata al muro, ad esercitarmi con la tromba. Nonno Joe e Mickey, con la faccia seria, mi dissero che il funerale di mia madre si sarebbe svolto di li a poche ore. Dovevo prepararmi ed ero ubriaco. Mi tirarono su di peso e mi portarono nel piccolo bagno di Nonno Joe. Mi gettarono nella vasca ed aprirono l’acqua, ovviamente fredda, senza neppure spogliarmi. Fu un risveglio brusco ma efficace. Stavo dritto in mezzo alla stanza mentre Nonno Joe e Mikey si davano da fare tra cassetti e trucco. Indossai gli abiti puliti che Mikey aveva preso da casa mia e, quando anche Smoking Joe fu pronto, uscimmo tutti e tre.
La macchina con la bara di mia madre precedeva una lunga fila di persone. C’erano tutti i clienti abituali del bar-teatro. I suoi ammiratori. C’era la gente del quartiere. Anche chi la conosceva solo di vista. Ognuno aveva un suo motivo per essere lì. Anche gli sbirri in borghese che cercavano qualcuno, e le pattuglie che scortavano il corteo per paura di disordini. Mikey andò a sistemarsi davanti a tutti, mentre io e Nonno Joe ci mischiammo tra la folla, cercando di passare inosservati. Per quando potesse passare inosservata una strana coppia formata da un ragazzotto bianco e un enorme negro calvo che fumava in continuazione. Qualcuno mi prestò un paio di occhiali scuri. Qualcun’altro un berretto. Molti ci si strinsero attorno per nasconderci. Sentivo il loro affetto ed il loro calore. Mi sentivo di nuovo sicuro.
Camminammo tra la gente fino ad arrivare al cimitero. Entrammo dietro la macchina con la bara, e raggiungemmo con facilità la piccola cappella malandata dove si svolgevano i riti funebri dei poveri del quartiere. Mikey ed altri tre presero la cassa sulle spalle e la portarono dentro. La posareono ai piedi dell’altare mentre altri portavano dentro scarni mazzi di fiori. Io e Nonno Joe ci sistemammo tra la gente ammucchiata nella piccola cappella, sempre nascosti alla vista dei piedipiatti. Il prete lo conoscevamo tutti nel quartiere. Anch’io lo conoscevo sin da quando ero un ragazzino. Gli fregavamo le offerte e lui, ci rincorreva brandendo il rosario a mo di lazo Urlando e ridendo. Sapeva che tanto, mia madre mi avrebbe scoperto e mi avrebbe costretto a riportare il bottino. Ma vederlo lì ora con la faccia seria e gli occhi bassi. La cerimonia non durò molto. Poche parole da dire e poca voglia di farlo, sopratutto davanti ai poliziotti. Padre Ernesto mi guardò più d’una volta durante l’omelia ed io ricambiai lo sguardo. Non disse nulla sul fatto che ero lì, nascosto. Sapeva che sarei andato a trovarlo dopo senza bisogno che mi rincorresse con il rosario.
Non versai una lacrima. Il mio viso era duro. Una maschera di pietra senza emozioni. Sentivo solo rabbia dentro di me per non essere stato con mia madre qualla notte. Rabbia per il fatto di dovermi nascondere durante il suo funerale. Rabbia perchè sapevo che tanto nessuno sarebbe stato punito dalla legge per quel delitto. Rabbia perchè l’avevano ammazzata per vendetta. Per il morto durante la rissa. Per colpa mia. Non ero con lei. Non era lei che doveva morire quella notte.
La messa finì e la bara venne portata a spalla fino alla buca già pronta in cui venne calata. Toccò il fondo con un tonfo e venne ricoperta dalla terra. Un colpo di pala alla volta. Lentamente. Come lentamente la gente iniziò ad andar via dopo aver lasciato cadere un fiore nella buca. Rimasero solo Mikey e Padre Ernesto ad aspettare che finissero. Io e Nonno Joe eravamo poco lontani in attesa che la polizia andasse via. Finchè non rimasi solo.
Ed iniziò a piovere.

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Questa è per me.. Solo per me!

21 Giugno 2005 5 commenti

Solo per me – Vinicio Capossela

E se n’è andata così
camminando di sghembo alle tre
ascoltando e volendo tornare
sui balconi a danzare
a danzare
se n’è andata senza fretta ma invece
s’è mangiata veloce la mia strada
e la mia età
ma in fondo vivere
non è difficile
non è che un fuoco azzurro e noi
rimaniamo così
a rivedere scintille d’agosto
che il mare gonfia in vapori di nuvole

solo per me
solo per me
ho visto strade e ho visto guai
solo per me
solo per me
ho amato male e forse mai
ma l’amore è
una chimera che
che se n’è andata così…

si se n’è andato così
nelle frasi che ricorrono usuali
negli errori che ritornano uguali
a imbrogliarci e a parlare per noi
sì la quiete m’ ha fatto paura
di tornare a casa presto la sera
e dire amore
come stai
non sono stato qui ma oramai
me ne vado così
in questa spiaggia pulita di vento
e l’alba ormai mi cancella dal tempo amato

solo per me
solo per me
nel mio sassofono ho soffiato sempre
solo per me
solo per me
in fondo il mondo l’ho girato
ma la musica è
un’avventura che
che se n’è andata così…

Categorie:Senza categoria Tag: ,

Pausa musicale..

21 Giugno 2005 3 commenti

Non e’ l’amore che va via – Vinicio Capossela

Vai vai
tanto non è l’amore che va via
Vai vai
l’amore resta sveglio
anche se è tardi e piove
ma vai tu vai
rimangono candele e vino e lampi
sulla strada per Destino

Vai vai
conosco queste sere senza te
lo so, lo sai
il silenzio fa il rumore
de tuoi passi andati
ma vai, tu vai
conosco le mie lettere d’amore
e il gusto amaro del mattino

Ma
non è l’amore che va via
il tempo sì
ci ruba e poi ci asciuga il cuor
sorridimi ancor
non ho più niente da aspettar
soltanto il petto da uccello di te…
soltanto un sonno di quiete domani…

Ma vai, tu vai
conosco le mie lettere d’amore
e il gusto amaro del mattino

lo so lo sai
immaginare come un cieco
e poi inciampare
in due parole
a che serve poi parlare
per spiegare e intanto, intanto noi
corriamo sopra un filo, una stagione,
un’inquietudine sottile.

Ma,
non è l’amore che va via
il tempo sì,
ci ruba e poi ci asciuga il cuor
sorridimi ancor
non ho più niente da aspettar
soltanto il petto da uccello di te…
soltanto un sonno di quiete domani…

Scivola vai via – Vinicio Capossela

Senza eta’
il vento soffia la
sua immagine
nel vetro
dietro il bar
gocce di pioggia
bufere d’amore
ogni cosa passa e lascia

Scivola,
scivola vai via
non te ne andare
scivola,
scivola vai via
via da me

Canzoni e poesie
pugnali e parole
i tuoi ricordi
sono vecchi ormai
e i sogni di notte
che chiedono amore
cadono al mattino
senza te
cammina da solo
urlando ai lampioni
non resta che cantare ancora

Scivola,
scivola vai via
non te ne andare
scivola,
scivola vai via
via da me

Categorie:Senza categoria Tag: ,

Senza titolo – Capitolo otto

19 Giugno 2005 10 commenti

Non so quante volte si possa morire durante la propria vita, e non voglio nemmeno saperlo. Fu la mia prima volta per me e mi bastò. Quella notte morii diecimila volte e diescimila volte rinaqui. Ad ogni maledetto scatto della lancetta dei secondi morivo e rinascevo solo morire di nuovo dilaniato dal dolore.
Rimassi seduto in silenzio senza guardare Nonno Joe, che mi raccontò quel poco che sapeva dell’accaduto. Mia madre aveva cantato come ogni sera e, come ogni notte, era uscita dalla porta sul retro del bar-teatro, quella che da sul vicolo. Solo che quella notte non era sola. In quel vicolo, appostato nel buio come un predatore, c’era qualcun’altro. Il suo assassino.
Quando arrivò la polizia trovò mia madre a terra con un bel buco dietro la testa ed il viso immerso nel suo stesso sangue. Non trovarono nè l’arma nè il bossolo. Dissero che molto probabilmente si era trattato di una rapina finita male e che il rapinatore, sicuramente alle prime armi, fu preso dal panico, sparò e poi fuggi senza nemmeno prendersi i soldi. Non persero molto tempo a fare indagini o cercare prove sul luogo del delitto. Non interrogarono nessuno. In fondo era solo una donna povera e morta in uno dei quartieri più malfamati della città. Perchè stare a perdere tempo. A chi importava? A nessuno. A me. A nessuno appunto.
Non ricordo quasi nulla di quella notte tranne che iniziò a diluviare. Tirò giù tanta di quell’acqua mentre correvo per le strade sporche, che era come se qualcuno avesse prosciugato l’oceano e lo stesse rovesciando sulla mia testa in una sola notte. Ricordo che passai nel vicolo dietro il bar-teatro. La polizia era andata via da un pezzo e non c’erano più nemmeno i curiosi del caso. A terra, nonostante la pioggia, si vedeva ancora la chiazza di sangue. Rossa e scura contro il nero dell’asfalto. Nell’aria sentivo il profumo di mia madre. Alzai il viso verso il cielo. Contro la pioggia scrosciante. Urlai il suo nome non so quante volte. Finchè mi resse la gola. Caddi in ginocchio dove fino a poco prima c’era il corpo di madre. Grattai l’asfalto con le unghie dove c’era il segno con il gesso. Piansi finchè avevo lacrime. Presi a pugni l’aria ed il cemento. Sanguinai dalle mani e dalle labbra. Unii il mio sangue a quello di mia madre che era a terra. Il sangue che da lei ebbi in dono per vivere ora lo sputavo dalla bocca contro il cielo insieme al suo viso.
Di quella notte mi rimasero solo attimi mischiati come un mazzo di carte. Flash improvvisi che tra loro non avevano alcun legame. La pioggia. Il vicolo buio. Il sangue. Un fiume. Urla. Strade vuote. Bottiglie che s’infrangono contro auto. Graffi e ancora sangue. Un coniglio rosa. Lampi. Colpi di pistola nel buio. L’unico legame che trovai fu il dolore. Un atroce, continuo, infinito e pulsante dolore che mi stringeva l’anima. Era come se sotto la mia pelle ci fosse un mostro rovente che volesse uscire da me lacerando la carne. E non bastava ancora.
La pioggia del mattino mi trovò steso nella discarica dove giocavamo da bambini, tra una carcassa di cane e mucchio di buste nere. Ero sveglio anche se non molto cosciente. Mi accesi un mozzicone che avevo trovato li vicino, ed il fumo mi tagliò la gola facendomi tossire e lacrimare gli occhi. O almeno ci provò. Dagli occhi non scese nulla tranne la pioggia. Non avevo più nulla da dare alla vita. Ero rimasto solo e non avevo nulla da perdere. Nulla di cui m’importasse. Scoppiai in una risata ed urlai quelle parole verso il nulla. Aspirai ancora il fumo. Tossii e risi ancora.
Infilai una mano nelle tasche per cercare un fiammifero e trovai il pezzo di tromba di Nonno Joe.

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

è proprio vero che.. (stavolta m’arestano)

17 Giugno 2005 5 commenti

..del maiale nun se butta via niente..

La saponetta di Berlusconi
Un pezzo di sapone a quanto si dice creato col grasso del premier Silvio Berlusconi, sarà esposto per la prima volta alla ‘Art Basel 36′, fiera dell’arte moderna di Basilea.

“L’artista, Gianni Motti, italiano ma svizzero d’adozione, dice di essere venuto in possesso della materia prima attraverso la clinica in cui Berlusconi si è sottoposto ad una liposuzione ai fianchi.

L’opera si intitola Mani Pulite e viene venduta a 15.000 euro: l’artista si dice convinto che la comprerà proprio Berlusconi. Staremo a vedere.”

Ho trovato ‘sta, diciamo, “notizia” sul web..
Non so se sia vera o meno..
e poco me frega..

però fa ride..

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Senza titolo – Capitolo sette

14 Giugno 2005 12 commenti

Rimasi tra l’immondizia non so quanto tempo. L’odore era insopportabile ma non avevo abbastanza lucidità per muovermi. E, in un barlume di sanità mentale, pensai di essermela meritata quella fine. Non valevo niente e non avevo alcun futuro. Ero un peso per chiunque mi si fosse avvicinato troppo. La spazzatura era il mio meritato trono. Cosi non avrei fatto del male a nessuno.
Quei pensieri mi tennero compagnia nel buio insieme a scarafaggi e conati di vomito. Una discesa nel mio inferno personale piuttosto rapida. Ormai conoscevo bene la strada. Non correvo più rischi di perdermi. Potevo scendere ad occhi chiusi e cosi fu. Chiusi gli occhi e mi lasciai andare. Permisi ai miei demoni di banchettare con la mia carne mentre sorridevo nella notte. Lampi di vari colori mi esplodevano dietro le palpebre e la testa pulsava come un grande cuore malato. Avevo dolori ovunque a ricordarmi che non ero morto. Mentre una fresca brezza mi accarezzava il volto.
Rimasi li senza muovermi per una notte ed un giorno. Avrei potuto rimanerci ancora. Fino alla fine. Durante la mia permanenza tra i rifiuti non si fece vivo nessuno. Nè Smoking Joe, nè mia madre. Fece capolino solo un gatto totalmente bianco. Era strano. Stonava con tutto quello che ci circondava. Era pulito e candido, mentre tutto attorno c’era solo sporcizia.
Anch’io stonato con tutto il resto, pensai mentre scendeva un’altra sera. E’ vero che anch’io ero stato buttato lì come tutto il resto. Che ero un relitto inutile ed ingombrante. Ma la differenza era che io, come quel gatto bianco, potevo scegliere d’andar via. Il felino miagolò, si girò dandomi le spalle e si allontanò lentamente, come se mi avesse letto nel pensiero.
Rimasi a guardare il sole morire dietro i tetti delle case ed il gatto andar via. Sospirai. Mi feci forza e mi alzai, sporco, puzzolente ed affamato. Entrai in casa dalla porta attraverso cui ero volato la notte prima e non sentii alcun rumore, eppure sapevo che Nonno Joe era in casa e non era solo. Avevo visto la sua ombra insieme ad altre, muoversi dietro le finestre illuminate mentre giacevo nel giardino. Attraversai la cucina ed il piccolo corridoio. Entrai nella stanza dove ormai abitavo da tempo e trovai Nonno Joe. Era seduto al tavolo al buio con in mano una bottiglia quasi vuota di whisky. A terra ce n’erano altre due finite. Nonno Joe
fumava in silenzio. La stanza era talmente piena di fumo che respirare risultava difficile. Aveva gli occhi persi nel vuoto a fissare chissà cosa. Sedetti al tavolo di fianco a lui. Mi rollai una sigaretta e l’accesi. Per rendere ancor meno respirabile l’aria. Nonno Joe non disse una parola nè si voltò. Io fumai e assecondai il suo silenzio. Trovai sul tavolo il boccaglio della tromba e lo presi tra le mani. Nonno Joe parlò senza voltarsi. La sua voce roca e profonda recitò poche parole. “Tua madre è morta. L’hanno ammazzata stanotte.”

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Ad un grande Uomo..

14 Giugno 2005 7 commenti


..un omaggio “rubato” a Vauro..
Riferimenti: Tiziano Terzani Fan Club

Categorie:Senza categoria Tag: ,

Senza titolo – Capitolo sei

10 Giugno 2005 14 commenti

La casa di Nonno Joe era il mio rifugio e la mia prigione al tempo stesso. Non potevo uscire perchè ancora non mi ero ripreso del tutto, e ancora non si era spento l’eco dei fatti tra noi e quelli della parte ovest. Si era insediato un nuovo sindaco in città e, come ogni bravo nuovo sindaco, nel suo programma aveva promesso di ripulire le strade dalla feccia. Cosi ogni tanto un paio di pattuglie della polizia metropolitana erano costrette a passare dalle nostre parti e fare domande sui fatti dei giorni scorsi. Ovviamente senza ottenere niente, tranne la mia reclusione forzata in casa di Nonno Joe.
Il tempo trascorreva in modo diverso in quella casa. Forse era dovuto al fatto che ero continuamente occupato ad imparare, ad esercitarmi o a bere e fumare. Oppure, più semplicemente, perchè in quella casa il tempo camminava davvero in modo diverso. Ormai avevo perso gli schemi legati agli orari normali. Mangiavo e dormivo quando ne avevo voglia. A volte rimanevo sveglio per alcune notti seduto nel giardino sotto il grande olmo cinese. La notte era l’unico momento in cui potevo metter la testa fuori di casa e me lo godevo cosi. Appoggiato ad un grande albero sotto le stelle con sigarette e whisky mentre Nonno Joe stava al bar-teatro a sentire mia madre cantare. Avevo sempre con me l’armonica che imparai presto a suonare mentre per la tromba trovai più difficoltà. Nonno Joe era un maestro infessibile e severo. Dopo avermi illuso lasciandomi lo strumento intero, appena ci feci la bocca me lo tolse lasciandomi solo il bocchino in cui spernacchiare. Mi allenavo molto quando ero sveglio e spesso mi facevano male le labbra. Si spaccavano e s’indolenzivano. Cosi Nonno Joe interveniva con i suoi metodi di New Orleans. Schiacciava strani ingredienti puzzolenti nel mortaio, ci versava acqua e whisky e, dopo averlo messo su un panno non troppo pulito, me lo piazzava sulla bocca. Era dura non vomitargli la scarsa cena addosso. L’intruglio puzzava peggio della discarica dove giocavamo da ragazzini, però funzionava ed il giorno dopo ero di nuovo pronto per riprovare.
Le mie prime lezioni furono un vero disarto. Non solo non riuscii a far uscire il minimo suono da quel maledetto pezzo di metallo, ma misi duramente alla prova la leggendaria pazienza di Nonno Joe. Non facevo altro che ubriacarmi e fumare senza mai alzarmi dal letto. Prendevo tra le mani quel tubo dorato e ci soffiavo dentro senza troppa convinzione, sicuro che non ne sarebbe uscito niente di buono. Pochi minuti e rinunciavo per la più disponibile armonica, con cui avevo stabilito un rapporto molto più intimo e fruttuoso. Lei si lasciava suonare con più facilità, ed io sotto gli effetti dell’alcol mi lasciavo trasportare senza sforzo sulle sue lunghe note. Fino al giorno in cui Smoking Joe mi scaraventò letteralmente fuori di casa.
Ero ubriaco e sporco. Steso in completa apatia nel letto , soffiavo svogliatamente dentro il pezzo di tromba senza risultato. Ridevo come uno scemo sapendo che non sarei mai riuscito a cacciar fuori un suono. Smoking Joe era particolarmente nervoso quella notte e mi rimproverò, alzando la voce, di non impegnarmi abbastanza. Non me ne curai. Continuai a tranguggiare il suo whisky e buttai a terra il pezzo di tromba con un gesto di sufficienza. Senza dire una parola Smoking Joe si alzò dalla sedia e passando davanti alla finestra, oscurò la luce dei lampioni che entrava da fuori. Si avvicinò al letto lentamente e mi mollò uno schiaffo che mi scaraventò a terra. Non avevo ancora capito cosa stesse succedendo tanto ero ubriaco. Sentivo la parte destra del viso bruciarmi e la testa che pulsava come se volesse scoppiare. Smoking Joe mi raccolse da terra senza troppa delicatezza. Mi appoggiò su una sua spalla e si diresse verso la porta posteriore della casa. Camminava piano ed in silenzio mentre fumava. Quando gli chiesi una sigaretta sbiascicando le parole, non mi rispose e continuò ad andare. Entrò in cucina senza accendere la luce. Arrivato alla porta, la aprì e buttò fuori il mozzicone per liberarsi le mani. Poi mi prese e mi lanciò nell’angolo giardino, contro i secchioni dell’immondizia. Completamente ubriaco sorvolai un bel pezzo di giardino prima di atterrare contro i secchi e el buste nere piene e maleodoranti. Come nel momento dello schiaffo, non sentii alcun dolore ne capii cosa stava succedendo. Ricordo solo Smoking Joe in cima ai gradini, che dal giardino portavano alla cucina, leccare la cartina ed accendersi una sigaretta. Vidi la piccola fiammella disegnare, dalle enormi mani di Smoking Joe, un arco perfetto che si spense nell’erba.
Dopodichè fu buio.

Categorie:Senza categoria Tag: , ,