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Archivio Ottobre 2004

Lo sapete che vi dico…

28 Ottobre 2004 9 commenti


..senza offesa..

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Nella penombra.. (Finale)

27 Ottobre 2004 4 commenti

Continuò a scendere con il capo finchè non si trovò in ginocchio. Era come in preghiera. Le sbottonò quasi con rabbia i jeans. Baciò l’intimo colorato che rimase scoperto. Spinse in basso i calzoni di lei e lentamente accarezzò le coscie. veloce prese a baciare l’interno coscia salendo dal ginocchio. Poi lentamente. Poi di di nuovo scese, veloce. Infine arrivò su. Infilò le dita sotto gli elastici e tirando verso il basso scoprì il tesoro che desiderava. Portò all’aria il frutto proibito. Portò alla luce la sua voglia. Rimase in ginocchio, in quella posa da venerazione con davanti il triangolo scuro che spiccava sulla pelle chiara. Vi avvicinò il viso con lentezza tentando di resistere alla troppa voglia che bruciava e gli faceva pulsare le tempie. Baciò i peli scuri con delicatezza. Ne seguì il contorno, continuando a baciare. Accarezzò con le dita e la senti umida di desiderio. Non resistette ai sospiri di lei ed al fuoco che ormai lo aveva avvolto. Si alzò in piedi e la baciò regalandole il suo stesso umore che teneva in bocca. Si finì di spogliare a sua volta stretto nell’abbraccio di lei. S’infilò tra le sue gambe e si lasciò guidare dalla sua mano che lo portò fino all’ingresso del piacere. Sentiva il corpo fremere e tremare. Spinse. Spinse ed entrò. Fu dentro. Un gran calore lo invase misto a piacere, gli occhi gli si rivoltarono nascosti dalle palpebre chiuse. Il respiro si spezzò e rimase senza. Il cervello urlava senza ossigeno. Mentre lui spingeva nella penombra. Sentiva le gambe di lei che lo tenevano abbracciato all’altezza della vita. Sentiva le sue braccia attorno al collo stringere. Il bacino premere e chiamarlo. La bocca morderlo e baciarlo. Il respiro farsi sempre più veloce, seguire il ritmo dei loro movimenti. Finirono sul pavimento. Lui sulla schiena e lei su di lui. Ancora uniti. Ancora l’uno nell’altra. Gli occhi chiusi ed i corpi caldi. Roventi. Le mani che si cercano. Le dita che s’intrecciano. Gli umori che si mischiano e divengono un tutt’uno. Lentamente e veloce. Salgono e scendono in un crescendo di Voglia incontrollata e lasciata fluire fuori da loro. Calore che si spande in tutto il corpo. Piacere che vibra nelle membra. Respiri che riempiono l’aria. Narici piene del loro odore. Mani che stringono la carne e bocche che succhiano e mordono. Piacere. Desiderio. Sensualità. Sale. Gonfia l’aria. La mente non esiste persa nell’inutile ricerca della lucidità effimera. Desiderio che prende corpo e nome e ci accoglie, fino al culmine, nell’esplosione finale dei due corpi sul marmo del pavimento. Fino al culmine estremo e finale della passione. Fino all’urlo liberatorio. Rimansero abbracciati, sul pavimento, nudi, stanchi, sudati e con il fiato grosso.
Silenziosi nella penombra della casa.

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Nella penombra..

27 Ottobre 2004 1 commento


Stava cercando di infilare le chiavi nella toppa per aprire la porta di casa, quando lei scivolò tra lui ed il legno. Si mise davanti ad i suoi occhi ed iniziò a baciarlo con passione. Lui si lasciò rapire da quel bacio. Con una mano cercava di trovare la serratura e con l’altra abbracciava i fianchi di lei stringendola a se. Gli occhi chiusi ed il sangue che scorreva veloce come non mai. La carne che bruciava di desiderio. La mente svuotata. Le labbra premevano le une sulle altre con forza. Le lingue che si cercavano e si sfuggivano. Incuranti degli ascensori che salivano e scendevano. Il resiro affannosso. Sensazione di caldo e brividi. Sentiva le mani di lei accarezzargli i capelli, stringere le ciocche e premergli il viso contro il suo. Sentiva il suo respiro caldo in bocca e sul collo. Riuscì in qualche modo ad aprire la porta e ad entrare nell’appartamento buio.
S’immersero nella penombra senza staccare le bocche. Tenevano ancora gli occhi chiusi ed i corpi stretti. Lasciò andare le chiavi che caddero da qualche parte sul pavimento. Si accarezzavano e si desideravano. Movimenti confusi di chi muore nella voglia. Gesti frettolosi quasi senza controllo di membra violentate dalla passione. Un fuoco che nasceva dentro di loro e li faceva bruciare. Si desideravano. Completamente. La spinse contro la parete e le baciò il collo. Salì sotto il mento. Tornò sulle labbra. Le succhiò. Le morse piano. Le accarezzò con la punta della lingua. Lei passava le dita tra i capelli di lui, accompagnando il movimento della testa che scese di nuovo lungo il collo, fin dove la maglietta lasciava scoperta la pelle liscia che scorreva sotto le sue labbra, mentre il respiro diventava affannoso. Erano posseduti dalla passione che ardeva fin nelle viscere più profonde dei loro corpi avvinghiati. L’aveva spinta con la schiena addosso alla parete mentre con le mani le accarezzava i fianchi ed i seni imprigionati nel reggipetto. Lei gli tolse la maglietta lasciandolo a dorso nudo. Gli morse piano il collo ed i capezzoli. Lui ansimava e sudava con gli occhi chiusi e la testa buttata all’indietro. Sentiva i capelli di lei accarezzargli il petto. Apri gli occhi e la vide buttar via la maglietta e il reggiseno che finiro da qualche parte nel buio. Le prese i polsi e li bloccò contro il muro allargandole le braccia come su una croce. Riprese a baciarla. Ad accarezzarle le labbra e la pelle con la lingua. A mordicchiarle il collo ascoltando il suo respiro caldo nel silenzio. Scese sul petto, tra i seni. Sentì la pelle calda, leggermente sudata, salata sulla lingua. Ascoltò il respirò di lei mentre si avvicinava ai due bottoni rosa che attendevano le sue labbra in piedi. Li accolse nella sua bocca uno per volta. Li accarezzò e ci giocò. Li succhiò e li tenne tra i denti con le mani di lei che gli abbracciavano il capo…

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Tra i papaveri rossi.. (parte terza..)

22 Ottobre 2004 3 commenti

Le labbra di lei vicine e rosse più del vino. Gli occhi di lui, marroni che fissavano quel volto addormentato. Attorno solo silenzio. Sarà stato il vino bevuto, o forse il sole caldo riflesso in quegli occhi grandi, la causa dei brividi che il piccolo satiro sentì correre lungo la schiena quando vide le palpebre di lei aprirsi. Rimasero cosi, immobili, occhi negli occhi per un tempo che parve infinito. In quell’istante, fuori dallo spazio e dalla realtà esistevano quelle due creature accarezzate dal sole. Sentì le labbra di lei sfiorare le sue ed i brividi si fecero più insistenti. Dolce era il sapore, e di morbidezza era la sensazione che provava. Spaesato e sorpreso. Deliziato ed indifeso. Credeva di sognare. Era convinto d’esser morto, il piccolo satiro dimenticando la sua immortalità, e che lei fosse un angelo. Come poteva esser defunto e sentire quella bocca umida e accogliente sulla sua? Come poteva esser cadavere e sentire le mani di lei accarezzargli il volto? Come poteva esser morto e sentire nello stomaco quel calore? L’unica spiegazione che si seppe dare fu che era ubriaco e stava vaneggiando, ma neanche lui ci credeva. Assaporava nella sua bocca il sapore di lei. Sentiva la sua lingua danzare alla ricerca di quella di lei. Sentiva l’odore della sua pelle riempirgli le narici. Sentiva il cuore battere impazzito nel suo petto. Il sangue che gli scorreva veloce nelle vene. L’immagine di lei che danzava tra i papaveri fissa nella mente. Cose che non conosceva. Che non aveva mai provato.
Quando lei si staccò, lui rimase con la bocca aperta e gli occhi chiusi. Sentiva ancora i brividi corrergli per tutto il corpo e non riusciva a muoversi. Gli bruciava la carne dalle viscere. Aveva i pensieri confusi e disordinati. Sempre più sicuro di sognare o d’essere ubriaco. Pensò d’esser pazzo. Teneva gli occhi chiusi per la paura che tutto scomparisse nel momento stesso in cui le sue pupille fossero state colpite dai raggi del sole. Stava fermo, respirava appena. Non voleva turbare la magia unica di quel momento. Di quel silenzio che gli regalava il suono del respiro di lei ed il fruscio delicato della sua pelle sull’erba. Volava in quel momento. Null’altro esisteva. Null’altro aveva importanza tranne l’essere lì con lei.
E la paura che nulla fosse reale.

Furono amanti persi in un raggio di sole tra le vigne. Un piccolo satiro rosso ed una dolce elfa. Si fecero sogno per vivere ed in un sogno s’incontrarono e si amarono.
Ma si sa, i sogni durano il tempo d’una notte e quelli di un piccolo satiro, prendono vita solo nel suo cuore e nella sua mente, e lì muoiono.
Riferimenti: Tra i papaveri rossi.. (Parte seconda..)

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dedicata a me stesso..

22 Ottobre 2004 2 commenti

PRINCESA – Fabrizio De Andrè
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Sono la pecora sono la vacca
che agli animali si vuol giocare
sono la femmina camicia aperta
piccole tette da succhiare

Sotto le ciglia di questi alberi
nel chiaroscuro dove son nato
che l’orizzonte prima del cielo
ero lo sguardo di mia madre

“che Fernandino è come una figlia
mi porta a letto caffè e tapioca
e a ricordargli che è nato maschio
sarà l’istinto sarà la vita”

e io davanti allo specchio grande
mi paro gli occhi con le dita a immaginarmi
tra le gambe una minuscola fica

nel dormiveglia della corriera
lascio l’infanzia contadina
corro all’incanto dei desideri
vado a correggere la fortuna

nella cucina della pensione
mescolo i sogni con gli ormoni
ad albeggiare sarà magia
saranno seni miracolosi

perché Fernanda è proprio una figlia
come una figlia vuol far l’amore
ma Fernandino resiste e vomita
e si contorce dal dolore

e allora il bisturi per seni e fianchi
in una vertigine di anestesia
finché il mio corpo mi rassomigli
sul lungomare di Bahia

sorriso tenero di verdefoglia
dai suoi capelli sfilo le dita
quando le macchine puntano i fari
sul palcoscenico della mia vita

dove tra ingorghi di desideri
alle mie natiche un maschio s’appende
nella mia carne tra le mie labbra
un uomo scivola l’altro si arrende

che Fernandino mi è morto in grembo
Fernanda è una bambola di seta
sono le braci di un’unica stella
che squilla di luce di nome Princesa

a un avvocato di Milano
ora Princesa regala il cuore
e un passeggiare recidivo
nella penombra di un balcone

o matu (la campagna)
o cèu (il cielo)
a senda (il sentiero)
a escola (la scuola)
a igreja (la chiesa)
a desonra (la vergogna)
a saia (la gonna)
o esmalte (lo smalto)
o espelho (lo specchio)
o baton (il rossetto)
o medo (la paura)
a rua (la strada)
a bombadeira (la modellatrice)
a vertigem (la vertigine)
o encanto (l’incantesimo)
a magia (la magia)
os carros (le macchine)
a policia (la polizia)
a canseira (la stanchezza)
o brio (la dignità)
o noivo (il fidanzato)
o capanga (lo sgherro)
o fidalgo (il gransignore)
o porcalhao (lo sporcaccione)
o azar (la sfortuna)
a bebedeira (la sbronza)
as pancadas (le botte)
os carinhos (le carezze)
a falta (il fallimento)
o nojo (lo schifo)
a formusura (la bellezza)
viver (vivere)

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Il nipote del "Che" contro Castro "Dittatore che ha perso il senno"

21 Ottobre 2004 1 commento


Mi limito a riportare la notizia presa da Repubblica, che va contro quanto affermato dalla figlia del Che, Aleida, alla terza edizione del Forum Sociale Europeo..

Non sta a me dire chi ha ragione e chi no dato che della situazione a Cuba non ne so molto.. In attesa di scoprire chi ha ragione o vedere di persona come stanno le cose vi riposrto questa frase:

?non c? è nulla di più rivoluzionario della verità? – Ernesto Guevara

..ma Pilato chiesa a Gesù: “Che cosa è la verità?”..

Basta divagare.. Vi riporto l’articolo di Repubblica..

Canek Guevara, figlio della primogenita del guerrigliero scrive una lettera ad una rivista messicana

Il nipote del “Che” contro Castro “Dittatore che ha perso il senno”
di OMERO CIAI

Il nipote di Che Guevara attacca Fidel Castro: “Cuba è una dittatura – ha scritto in una lettera al settimanale messicano Proceso – nella quale si perseguitano i poeti, i liberi pensatori, i sindacalisti e gli omosessuali. Guidata da un uomo a cui il potere e la gloria hanno fatto perdere il senno”. Canek, 30 anni, è figlio di Hilda, la primogenita di Ernesto Guevara, nata in Messico nel ?56 e morta a Cuba nel 1995 per un cancro ai polmoni. Ha scritto la lettera in occasione dell’anniversario della morte di suo nonno in Bolivia (9 ottobre ?67). “La rivoluzione cubana – dice – non è stata democratica perché ha generato in sé le classi sociali destinate ad impedirlo: la rivoluzione ha partorito una borghesia, apparati repressivi disposti a difenderla dal popolo e una burocrazia che questo popolo allontanava. Ma soprattutto – aggiunge – è stata antidemocratica per il messianismo religioso del suo leader. Ergersi a salvatore della patria è un discorso: esserlo, per sempre, un altro. È vero, Fidel liberò Cuba dalla banditesca dittatura di Batista, ma con la sua ostinata permanenza non è riuscito ad ottenere altro che diventare, lui stesso, un dittatore. In qualche momento del suo percorso, Fidel Castro ha cominciato a credere in se stesso: non bastandogli, ha obbligato tutti noi a credere in lui. Invece di combattere per una società scettica, critica e di libero pensiero, ha applaudito la credulità, la sottomissione e l’obbedienza assoluta del suo popolo. Tutto quello che contestava del vecchio regime, lo ha riprodotto triplicato nel “nuovo”".

La lettera, è la prima volta che Canek esprime pubblicamente le sue opinioni, nasce come risposta ad una richiesta di intervista che il nipote del Che ha sempre rifiutato temendo “di essere strumentalizzato dalla destra e incompreso dalla sinistra”. Il giovane Guevara, ovviamente, fa parte del circolo degli intoccabili, di coloro che anche quando esprimono giudizi fortemente critici non rischiano né la persecuzione né il carcere. Circostanza che, comunque, non assottiglia la forza della sua testimonianza. D’altra parte la maggior parte dei figli della nomenclatura cubana vivono all’estero, soprattutto in Europa, tra Madrid e Parigi. È un fenomeno molto frequente negli ultimi anni. Anche Canek da qualche tempo vive in Messico.

“La rivoluzione – afferma ancora nella lettera – è morta a Cuba già da anni, di morte naturale indubbiamente (…) è stata asfissiata dalla sua stessa burocrazia, dalla corruzione (roboluciòn è stata chiamata, fondendo insieme le parole robo, furto, e revolución), dal nepotismo (il sociolismo, invece di socialismo) (…) la nuova borghesia socialista non impiegò molto tempo a far propri i metodi più abietti della destra appena spodestata in tutto ciò che riguardava la vita privata, addirittura superandola per quello che concerne la libertà di associazione politica. Siamo sinceri, un giovane ribelle come fu Castro, nella Cuba di oggi verrebbe immediatamente fucilato, non condannato all’esilio”, come fece Batista col giovane Castro.

(21 ottobre 2004)

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Senza perdere la tenerezza..

20 Ottobre 2004 3 commenti
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Tra i papaveri rossi.. (Parte seconda)

20 Ottobre 2004 Commenti chiusi

Prese paura il satiro nel vedere la bella musa concludere la sua piroletta sul terreno. Spalancò gli occhi e la vide cadere senza poter far nulla perchè le era troppo lontano. Smise di suonare e tentennò ancora al confine del bosco. Uscire o no? Fuori da lì non avrebbe più avuto la protezione della magia del Re degli Elfi, ne quella di Madre foresta e della sua ombra. Una volta fuori sarebbe stato solo ed indifeso, ma lei era lì. Lei era fuori e lui uscì. La raggiunse e la osservò. Non le era mai stato cosi vicino. La pelle arrossata dal sole e dal movimento era imperlata di sudore. Il respiro affannoso faceva salire e scendere il seno piccolo e perfetto. Il corpo di lei era sdraiato in una posizione non naturale e ed il piccolo satiro, timidamente vi si sedette accanto, prima di spostarla delicatamente e metterla così supina. Guardò il volto, le labbra leggermente aperte e gli occhi chiusi. Le mise sotto il capo un cuscino d’erba e foglie di vite per farla stare comoda e, con un pezzo di stoffa che aveva legato al collo, le asciugò la fronte. Era imbarazzato ma tranquillo il satiro, evitava di guardare troppo la nudità di quel corpo per non arrossire. Si staccò dalla cintura la piccola otre fatta di corteccia che conteneva il vino, e, tenendola con due mani bagnò un pò le labbra di lei.
Una goccia di quel vino rosso come il sangue scappò da un lato della bocca, scese serpeggiante lungo la guancia e si fermò su una margherità facendo cambiar colore ai suoi bianchi petali. Portò l’otre alla sua bocca e bevve un sorso di quel nettare. Era fresco e leggero, andava giù con semplicità, ma bisognava far attenzione perchè ne basta poco per ubriacare. Non lo inghiottì tutto. Una piccola parte la trattenne in bocca. Si chinò piano in avanti. Avvicinò le labbra a quelle di lei e lasciò che, lentamente goccia a goccia, il vino le cadesse in bocca. Erano immersi nel sole, e quelle piccole gocce scarlatte sembravano formare una collana di preziosi rubini che teneva unite le loro bocche vicine.
Riferimenti: Tra i papaveri rossi.. (l’inizio)

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Di bianco vestiva Ramon..

19 Ottobre 2004 3 commenti


Tra il rosso del vino che riempiva le loro bocche, e il blu della candela che profumava l’aria nella macchina, volavano sguardi e silenzi, pensieri e parole. L’abitacolo invaso dalla musica li accoglieva ancora una volta, ancora una volta li teneva fuori da tutto ma dentro loro stessi. Ancora una volta chiusi in quel guscio costruivano il loro mondo di poche ore e facevano uscire i loro sogni al ritmo della musica e dei respiri. Discutevano animatamente i due, affrontando mille discorsi. La pensavano allo stesso modo su quasi tutto, eppure discutevano, si confrontavano, si scaldavano pronunciando fiumi di parole. Razionale e sognatirce a volte s’invertivano i ruoli, come un gioco. Erano fatti cosi. Insieme erano una combinazione pericolosa e geniale, dal colore rosso e dal profumo di oppio.
Quella sera Ramon non le aveva chiesto dove volesse andare, non le aveva detto, come faceva sempre, che tutto andava bene ora che lei era lì. Salirono in macchina e andarono dove lui aveva deciso. E questo era strano. Ramon sapeva che nella testolina della sua guapa ronzava una domanda, forse da quando si erano sentiti al telefono poco prima, ma non le disse nulla e lei accettò silenziosa e curiosa di lasciarsi portare verso la mèta. Pochi metri e il rumore di una bottiglia dietro il sedile bastarono alla guapa per capire, ma fece finta di niente e lasciò Ramon nell’illusione di fargli una sorpresa anche perchè non sapeva ancora bene cosa le riservasse quella serata. Nonostante attori ed il teatro fossero gli stessi di sempre non si può replicare uno spettacolo improvvisato senza copione, ogni volta è unico e lo fu anche quella sera.
Dopo aver parcheggiato Ramon scoprì quel che nascondeva nella busta dietro il sedile. Tirò fuori una bottiglia di vino rosso, un cavatappi e bicchieri di plastica. Accese una piccola candela alla fresia e stappò lasciando a lei il brindisi. In quella notte di piccole sorprese la sua guapa volle brindare ai sogni e Ramon sorrise pensando tra se..

…..

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..e Fine..

19 Ottobre 2004 2 commenti


Sarebbe ora di svegliarci un pò??

Dimenticavo.. Questa campagna è stata CENSURATA e non andrà in onda..
darebbe troppo fastidio???
troppo “forte” il messaggio??
colpa delle elezioni americane??

chissà.. Forse se succedeva da qualche altra parte non stavamo nemmeno in questa cazzo di guerra..

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